Don Bosco

PRIMA: Asti (Festival Teatrale), Cortile del Palazzo del Collegio, 19 luglio 1988 TESTO: Vincenzo Gamna e Aldo Longo REGIA: Vincenzo Gamna MUSICHE: Raf Cristiano e Vittorio Muò COSTUMI: Eugenio Guglielminetti SCENOGRAFIA: Eugenio Guglielminetti COREOGRAFIE: Carla Perotti INTERPRETI: Duilio Del Prete (Don Bosco anziano), Bruno Maria Ferraro (Don Bosco giovane), Dario Geroldi (Matteo), Dino Nicola (Sberla) Articolo tratto da "La Stampa Sera" Presentata ad Asti l’opera di Aldo Longo e Vincenzo Gamna Una ballata per Don Bosco Spettacolo cucito dalla voce di Duilio del Prete Una stampa antica prende forma davanti agli occhi del pubblico. Napoleone in esilio. In quel tempo (il 16 agosto 1815) nasceva Don Bosco, da Francesco e Margherita Occhiena – annuncia una voce -, una luce di speranza in un’epoca di sfruttamento... corse di ragazzi, piccole zuffe, tocchi di coreografie e giochi di polvere occupano il palcoscenico... Poi, a poco a poco, gli attori delle gradinate salgono a comporre il primo quadro attorno al piccolo Gioanin turbato da un sogno. In palcoscenico, sulla sinistra, Duilio Del Prete srotola il racconto. Così inizia Don Bosco, la ballata popolare che Aldo Longo e Vincenzo Gamna hanno dedicato alla vita del santo di Castelnuovo. Questa sera lo si può ancora vedere ad Asti nel cortile del Palazzo del Collegio, ore 21.30. Dal 2 settembre, in occasione della visita del Papa, sarà a Torino, al Teatro Alfieri, per una decina di giorni. Per realizzarla si sono unite molte forze: l’organizzazione del Teatro Nuovo, che ha messo a disposizione le sue ballerine, Carla Perotti, gli attori del Teatro della Tradizione di Gerolamo Angione, Eugenio Guglielminetti per scene e costumi, gruppi non professionisti di Virle, Piobesi, Villastellone, Carmagnola e la cooperativa Progetto Cantoregi con cui Gamna, anche regista, nell’ultimo decennio ha allestito i suoi spettacoli più genuini e felici trasformando un paese e la sua gente in una fabbrica teatrale. ‘Na scudela ‘d fioca, Le man veuide (una creazione memorabile), il Conte di Carmagnola, erano i titoli che hanno segnalato Gamna e la Cantoregi con la loro teoria di tableaux vivants, di immagini forti e commoventi, affreschi che rimanevano ben incisi nella memoria dello spettatore respirandogli dentro. La tecnica, in questo Don Bosco, è stata conservata, ma ridotta ad uso di palcoscenico. Il canovaccio si è irrobustito, e con esso la trama. Molti professionisti sono stati chiamati a ricoprire i ruoli principali. Qualcosa si guadagna, qualcosa si perde. La genuinità, per esempio. In partecipazione emotiva: si ottiene un minor coinvolgimento da parte dello spettatore che assiste ad una pur riuscita operazione spettacolare, ma non ad una rappresentazione lungamente e amorevolmente covata in laboratorio. Il primo guadagno, per converso, è una maggior pulizia e una nitida definizione del contesto. Ma ancor prima di ciò, un altro guadagno è da registrare: Duilio Del Prete nella parte di Don Bosco narratore. Ascoltatelo bene, questo attore inquieto, che tanto si dà e tanto si spreca. Ha una voce che sembra venir su dalla terra come un fiato della notte, scura e calda. E’ pastosa. Poi, d’improvviso, si trasforma in un battito d’ala dolente, mentre dice che ci vuole l’amore e non la violenza per gli sfruttati e gli emarginati. Lo spettacolo è cucito dalla voce di questo Don Bosco al leggio, vecchio, malato, che s’immagina ripercorrere la propria vita durante l’incontro con un giovane istruttore della “Generala” (il carcere minorile torinese) venuto a chiedergli consiglio. Sfilano, come cartoline d’epoca appoggiate all’impianto girevole ideato da Guglielminetti, i bassifondi torinesi, il Rifugio per le Giovani Traviate della Marchesa Giulia di Barolo, il primo oratorio, il Valdocco,i cantieri edili e la sala di palazzo, il 1848, la guerra, la fondazione della Società Salesiana. Affascinanti risultano le composizioni corali, la plasticità espressiva di certe scene, come il funerale di un discepolo di Don Bosco ucciso dalle guardie, o la fissità eloquente di certi quadri,come quello dedicato all’aristocrazia raggrinzita e sprezzante. Festosa e commovente l’accoglienza del pubblico che ha anche tributato numerosi applausi a scena aperta. Gian Luca Favetto

 

 

30 anni di Cantoregi